Coppe cristiane e celtiche

Il termine Graal deriva dal latino Gradalis, con cui si designa una

"scutella lata et aliquantulum prufunda" (Helimand de Froidmont)

Una tazza, un vaso, un calice, un catino: questi umili oggetti rivestivano nell'antica mitologia un nobile ruolo: erano infatti i simboli del grembo fecondo della Grande Madre Terra, e offrivano vita e abbondanza. Le antiche leggende celtiche dell'Irlanda e del Galles parlavano di mistici calderoni magici che racchiudevano i segreti della provvigione e della rinascita, come descritto nel racconto gallese Peredur, testo in prosa facente parte della raccolta detta Mabinogion, e fu forse per questo motivo che il Graal venne poi inteso come una coppa o un calice. La coppa della vita, nel mondo celtico, era rappresentata dal cosiddetto "Calderone di Dagda", portato nel mondo materiale dal padre degli dèi irlandesi Dagda del Tuatha Dé Danaan. Con esso egli cucinava solo per gli eroi. Analogamente la cornucopia di Caradoc non bolliva carne per i vigliacchi e la pentola della dèa Ceridwen conteneva una pozione che garantiva conoscenza, come quella degli dèi gallesi Matholwch e Bran. Molti eroi celtici (tra cui Asterix, il famoso personaggio dei fumetti) hanno avuto a che fare con questi magici calderoni. Nel poema gaelico Preiddu Annwn Re Artù andò a recuperarne uno addirittura tra gli Inferi.

La tradizione cristiana annovera almeno due sacri contenitori: il Calice dell'Eucarestia e la Vergine Maria. Nella medievale Litania di Loreto essa è descritta come

"Vas spirituale, vas honorabile, vas insigne devotionis"

ovvero "vaso spirituale degno di adorazione e di devozione": nel grembo (vaso) della Madonna, infatti, la divinità era divenuta manifesta. Nella tradizione esoterica, inoltre, il grembo materno era identificato come il "vaso della vita" ("vas uterus"), rappresentato dal simbolo femminile V.

Nella seconda metà del XII° secolo il Graal diede origine ad una quantità di romanzi che ancora oggi accendono la fantasia. Quale reliqua misticamente correlata a Gesù, esso, in modo oscuro, venne progressivamente associato ad una forma eteredossa di cristianesimo. Nonostante la disapprovazione della Chiesa, questi romanzi fiorirono e diedero origine ad un vero e proprio culto. Il "Graal", probabilmente, era un retaggio dell'antico cristianesimo giudaico, che la Chiesa cattolica tollerò, ma che mai accettò. In seguito alla prima inquisizione di papa Gregorio IX° nel 1231, la tradizione del Graal fu infatti condannata, anche se non venne dichiarata apertamente eretica. Proprio per questo l'eredità del Graal rimase, in occidente, un'eresia non proclamata. Essa fu associata alla tradizione pagana, alla bestemmia, alla pratica di empi misteri. In particolare la Chiesa romana condannò il Graal per le sue forti valenze femminili: soprattutto per i suoi legami con l'etica dell'Amor cortese, espressa nelle idee romantiche della Cavalleria e nelle canzoni dei Troubadour. Forse, quando, alla fine del XII secolo, diversi scrittori e poeti decisero di introdurre nella materia arturiana il motivo del "Vaso Sacro", lo fecero perché erano al corrente dei miti celtici del Calderone, e l'argomento sembrò loro particolarmente in tema; o forse si trattò di una scelta casuale. Forse esisteva già una tradizione orale sul Graal, ed essi si limitarono a metterla per iscritto; forse elaborarono in termini più moderni le antiche leggende sui contenitori sacri, o forse il Graal fu una geniale invenzione dell'epoca. Sta di fatto che, come è accaduto per Re Artù, da otto secoli il Graal continua a stimolare l'immaginazione di generazioni di lettori: e questa, in un certo senso, è la prova tangibile del suo magico potere ...

Il Graal di Re Artù

Si dice che il pù antico resoconto del "Santo Graal" risalga all'anno 717 d.C., quando un eremita britannico di nome Waleran ebbe una visione di Gesù e del Graal. Il suo manoscritto iniziava così:

"Questo è il Libro della tua Discendenza, qui incomincia il Libro del Sangréal"

Il Graal arturiano apparve per la prima volta in un testo di dominio pubblico nel 1188, in un'opera del poeta champenois Chretien de Troyes. All'inizio del suo poema Perceval ou le Conte du Graal ("Perceval o il Racconto del Graal"), dedicato a Filippo d'Alsazia conte delle Fiandre. Chrétien dichiarò di avere appreso dal conte stesso la vicenda narrata.

Il protagonista è Perceval, presentato con l'appellativo enigmatico di "Figlio della Vedova". Egli lascia la madre vedova per conquistarsi il rango di cavaliere. Durante il viaggio incontra il Re Pescatore, infermo e, per questo, dedito alla pesca, che gli offre rifugio per la notte nel suo castello. Quella sera appare magicamente il Graal. Così il poeta francese racconta la sua apparizione. La scena si svolge nel castello del Re Pescatore. Qui Perceval assiste ad una misteriosa processione che scorre accanto alla tavola su cui verrà servita la cena. Per primo passa un ragazzo con una lancia insanguinata, poi due giovani con un candelabro, e infine

"Un graal entre ses deus mains une damoisele tenoit (...) De fin or esmereè estoit prescieuses pierres avoit el graal de maintes manieres, de plus riches et de plus chieres qui en mer ne en terre soient"

("Una damigella teneva un graal tra le sue mani (...) Era fatto di oro puro, e c'erano nel graal molte preziose pietre, le più belle e le più costose che ci siano per terra e per mare")

Il poeta, quindi, descrive il Graal semplicemente come un piatto o un vassoio prezioso, senza associarlo esplicitamente al sangue di Cristo. La parola "Graal", infatti, è qui utilizzata con il significato generico di coppa (ma c'è da chiedersi come mai Chretien avesse fatto uso di quel termine già allora arcaico). Il calice descritto fa parte di un gruppo di oggetti egualmente dotati di poteri mistici, ma non ha comunque alcuna relazione con il sangue di Gesù. Verso la fine del romanzo Chretien spiegherà:

"Non crediate che egli - il Re Pescatore - prenda da esso un luccio o una lampreda, o un salmone. Il sant'uomo si nutre con una singola ostia della messa. Il graal è una cosa così sacra che egli per il proprio sostentamento non ha bisogno di nulla più dell'ostia della messa che accompagna il graal"

Perceval non sa che deve fare una domanda su questo misterioso oggetto. Qualunque sia la domanda egli non la fa:

"Il giovane li guardò passare, ma non osò interrogarli riguardo al graal e chi con esso veniva servito ..."

L'indomani mattina scopre, al suo risveglio, che il castello è vuoto. La sua omissione, come apprenderà in seguito, causa nel territorio una disastrosa siccità. Più tardi viene a sapere che lui stesso appartiene alla "famiglia del Graal" e che il Re Pescatore, custode del Graal, è suo zio. 
Il poema di Chrétien rimase, purtroppo, incompiuto. Egli morì nel 1188, prima di poter ultimare il racconto. Il romanzo venne successivamente concluso da altri autori. Una delle più importanti "continuazioni" è quella conosciuta come Continuazione Galvano (1200 d.C.), attribuita a Wauchier de Denain. In essa il Graal agisce addirittura fisicamente:

"Poi Galvano vide entrare dalla porta il ricco Graal che servì i cavalieri ponendo rapidamente il pane dinanzi a ciascuno di loro (...) e colmando grandi coppe di oro fino con cui ornò le tavole (...) Sir Galvano osservò tutto questo e si meravigliò molto per come il Graal li serviva"

E' solo nel Joseph d'Arimathie-Le Roman de l'Estoire dou Saint Graal ("Giuseppe d'Arimatea-Il Romanzo del Santo Graal"), un testo arturiano compilato dallo scrittore borgognone Robert de Boron tra il 1190 e il 1199, che il Graal viene descritto come il Calice utilizzato da Gesù nell'Ultima Cena, lo stesso in cui, successivamente, Giuseppe d'Arimatea raccoglierà il sangue di Gesù crocifisso. In questo testo il Re Pescatore, di nome Bron, è un parente acquisito di Giuseppe D'Arimatea e il "Santo Graal" è un "calice di sacro sangue". De Boron lo chiama "Graal" una volta sola, in un inciso, da cui si evince che la coppa aveva già una storia e un nome particolare prima di essere usato da Gesù:

"Io non oso raccontare, né riferire, né potrei farlo (...) le cose dette e fatte dai Grandi Saggi. Là sono scritte le ragioni segrete per cui il Graal è stato designato con questo nome"

A proposito del suo romanzo Robert dichiarò di aver attinto ad una fonte diversa e precedente a quella di Chrétien. Egli alludeva ad un "gran libro", i cui segreti gli erano stati rivelati (sembra che esistesse qualche documento sul Graal di cui Filippo d'Alsazia era in possesso e che divenne la base dei romanzi di Chrétien e di Robert). Secondo il poeta è il sangue di Gesù a conferire al Graal i suoi magici poteri. Dopo la crocifissione Giuseppe si fa consegnare da Pilato la coppa, in cui raccoglie il sangue di Gesù mentre viene deposto dalla croce. Messo in prigione dagli ebrei egli riesce a passare la coppa alla sua famiglia, che così diviene "custode del Graal". Il Graal viene in seguito portato nelle "Valli di Avaron" da Hebron, cognato di Giuseppe, che diventerà Bron, il "Ricco Re Pescatore". Nel frattempo Giuseppe raggiunge la famiglia e costruisce una tavola per onorare il Graal. Attorno a questa tavola c'è una sedia particolare denominata il "Seggio Periglioso". Nella Tavola Rotonda a Camelot essa sarà riservata a sir Galahad. Come nel poema di Chrétien Perceval è il "Figlio della Vedova", ma il Re Pescatore è suo nonno. Il "cavaliere casto" Galahad, inoltre, viene presentato come il figlio di Giuseppe d'Arimatea.

.Il Joseph di Arimathie fu continuato e integrato da un anonimo autore del XIII° secolo che, in Le Grand-Saint-Graal ("Il Grande Santo Graal"), introdusse alcuni nuovi elementi. Il Graal è associato a (o è) un libro scritto da Gesù Cristo alla cui lettura può accedere solo chi è in grazia di Dio. Le verità di fede che esso contiene non potranno mai essere pronunciate da lingua mortale senza che i quattro elementi ne vengano sconvolti. Se ciò, infatti, dovesse accadere, i cieli diluvierebbero, l'aria tremerebbe, la terra sprofonderebbe e l'acqua cambierebbe colore . Il libro-coppa possiede dunque un temibile potere. Il Grand-Saint-Graal è collegato sia a tradizioni ebraiche (la reliquia viene trasferita in Inghilterra in un contenitore identico all'Arca dell'Alleanza) che islamiche: è infatti in relazione con una terra chiamata Sarraz, impossibile da situare storicamente o geograficamente (non è in Egitto, ma vi si vede da lontano il "Grande Nilo". Il suo Re combatte contro un Tolomeo, mentre la dinastia tolemaica si estinse prima di Cristo), ma situata comunque in Medio Oriente. Da essa, infatti, afferma l'autore, ebbero origine i Saraceni.

Il Perlesvaus-Le Haut Livre du Graal ("Perlesvaus - L'Eccelso Libro del Graal"), opera in prosa franco-belga di autore ignoto scritta tra il 1190 e il 1212, attinge dalle stesse fonti di quella di De Boron ma le utilizza in modo diverso. Sottolinea l'importanza della stirpe del Graal e afferma che il "Sangréal" è il depositario dell'eredità regale. Il Graal non viene mai descritto come un oggetto materiale, ma come un'emanazione mistica che comprende varie immagini di significato cristiano:

"Sir Galvano fissa il Graal e gli sembra che vi sia un calice all'interno, benchè al tempo stesso non vi sia ..."

Nel romanzo si narra di Perlesvaus che, durante i suoi vagabondaggi, giunge ad un "Palazzo di Vetro" nell'"Isola dei Senza Età". Il castello ospita un gruppo di "iniziati" che hanno un'evidente familiarità con il Graal. Perlesvaus viene ricevuto da due "maestri":

"erano abbigliati di bianco, e ognuno di loro aveva una croce rossa sul petto ...".

Uno dei maestri afferma di aver veduto personalmente il Graal: un'esperienza riservata solo a pochi eletti. Inoltre dichiara di conoscere il lignaggio (la discendenza regale) di Perlesvaus. Poi, battendo le mani, i "Maestri" chiamano altri 33 uomini, anch'essi "vestiti di bianco con una croce rossa nel petto". Anche qui Perlesvaus è designato con l'appellativo di "Figlio della Vedova", Altrove si afferma esplicitamente che egli "era del lignaggio di Giuseppe d'Arimatea" e che "Giuseppe era zio della madre". Il Perlesvaus ha essenzialmente un carattere magico ed è chiaro come tenti di collegare il Graal ai Templari. Sebbene l'Ordine non venga mai menzionato per nome, esso sembra figurare inequivocabilmente nel romanzo. Gli stessi riferimenti magici e alchemici che vengono echeggiati richiamano il mistero che storicamente circonda i Templari.

Il Ciclo Vulgato è un complesso di testi redatto, tra il 1215 ed il 1230, dai monaci Cistercensi. Esso comprende i romanzi in prosa denominati Queste del Saint Graal ("Ricerca del Santo Graal"), Estoire del Saint Graal ("Storia del Santo Graal") e Livres de Lancelot ("Libri di Lancillotto"), oltre ad altre storie riguardanti re Artù e Merlino. Nella Queste si dichiara esplicitamente che gli eventi riguardanti la vicenda del Graal accaddero 454 anni dopo la resurrezione di Gesù. In questo scritto il santo Graal simboleggia l'essenza divina e sir Galahad viene considerato "figlio della casa di Davide", come Gesù. L'umile Galahad, cavaliere celeste ed eroe adamantino, sarà l'unico a portare a termine la propria missione raggiungendo i vertici della perfezione cristiana. Egli avrà accanto a sè il solo Perceval, che nella Queste è l'unico altro cavaliere vergine di tutti i compagni della Tavola Rotonda. Dopo Galahad nessun altro potrà più accedere al Graal, ed è giusto, quindi, che il Sacro Vaso ascenda al Cielo. Nella Estoire il vescovo Josefe di Saraz, erede di Giuseppe, viene indicato come il capo della confraternita del Graal, mentre Bron è il Ricco Re Pescatore. In essa il Graal coincide con un miracoloso "piatto" dell'Agnello Pasquale. I Livres continuano a raccontare la storia di Galahad, precisando che era figlio di Lancillotto e nipote del Re Pescatore ferito.

Intorno al 1210, nel più famoso dei poemi del Graal, il Parzival, il poeta bavarese Wolfram Von Eschenbach conferì alla sacra reliquia ulteriori connotazioni. Il romanzo, un poema di circa 25.000 versi a rima baciata, trae la materia dal ciclo di Artù e segue il percorso del protagonista dall'infanzia fino alla maturità, attraverso prove e difficoltà di vario genere. In età romantica il componimento fu ripreso da Richard Wagner, che ne trasse il libretto per la sua opera, il Parsifal. Secondo l'autore il Graal non è una coppa, bensì

"una pietra del genere piu' puro (...) chiamata lapis exillis. (Se un uomo continuasse a guardare) la pietra per duecento anni, (il suo aspetto) non cambierebbe: forse solo i suoi capelli diventerebbero grigi ..."

Il termine lapis exillis è stato interpretato come "Lapis ex coelis", ovvero "Pietra caduta dal cielo": e, difatti, Wolfram scrive che la pietra era uno smeraldo caduto dalla fronte di Lucifero e portato a terra dagli angeli rimasti neutrali durante la ribellione. La tradizione esoterica delle pietre sacre, tramiti fisici tra l'uomo e Dio, è tipicamente orientale: la pietra nera conservata nella Ka'ba è l'oggetto più sacro della religione islamica; i seguaci della Qabbalah ebraica utilizzano il termine "Pietra dell'esilio" per designare lo Shekinah, ovvero la manifestazione di Dio nel mondo materiale; ancora più a Oriente, l'Urna incastonata nella fronte di Shiva della tradizione induista, simboleggia il "Terzo Occhio", organo metafisico che permette la visione interiore. Parzival, quando vede il Graal per la prima volta nel castello del Re Magagnato, lo descrive come la "perfezione del Paradiso". Solo più tardi il lettore scoprirà che esso è una pietra vivificatrice, che può ridare giovinezza e dotata della facoltà di elargire cibo. Essa è custodita da un ordine di cavalieri, i Templesein, votati al celibato ad eccezione del loro Re, che deve assicurare la successione. I nomi dei cavalieri eletti appaiono progressivamente sulla "pietra", che indica allo stesso modo la moglie prescelta per il Re. Parzival, alla fine, guarisce lo zio materno, il Re Magagnato (sua madre, la "nobile vedova", è Herzeloide, la sorella del re), ponendo la giusta domanda. In questo modo completa la sua missione, lasciando in eredità al figlio Lohengrin, il Cavaliere del Cigno, il regno del Graal.

Anche il Parzival sottolinea l'importanza della stirpe del Graal e ancora una volta è evidente l'associazione con i Templari, poichè i cavalieri "Templesein" sono descritti come i custodi del Graal, nel Tempio situato sul Munsalvaesche ("Monte della Salvezza Eterna"). Qui il Re Magagnato Anfortas presiede alla cerimonia del Graal e viene ritratto come un re sacerdote. Durante il rito la Pietra del Graal reca magicamente scritti tutti i nomi di coloro che sono chiamati al suo servizio:

"Intorno alla base della pietra un'iscrizione in lettere indica il nome ed il lignaggio di quelli che sono chiamati a compiere il viaggio verso il Graal. Non occorre cancellare l'iscrizione giacchè scompare non appena è stata letta."

Nel Romanzo più tardo del 1485 Le Morte Darthur ("La Morte di Artù"), dello scrittore inglese sir Thomas Malory, viene delineata e divulgata in modo definitivo ed inequivocabile l'immagine cristiana del Graal. Si tratta, forse, del romanzo più noto dell'intero ciclo arturiano. ( lo scritto ha ispirato per secoli scrittori, artisti e, ultimamente, cineasti hollywoodiani) Malory concepì l'opera traendola "da certi libri francesi". Probabilmente buona parte del romanzo si ispira al complesso del Ciclo Vulgato, denominato anche Lancelot-Graal. In realtà il libro consiste di un ciclo di otto romanzi diversi, denominato originariamente dall'autore Libro di re Artù e dei suoi nobili cavalieri della Tavola Rotonda, cui fu conferito successivamente il titolo complessivo di "Le Morte Darthur", titolo dell'ottavo e ultimo romanzo. La raccolta, infatti, comprende otto storie intrecciate tra loro e intitolate: Storia di Re Artù, Storia del nobile Artù che fu imperatore col valore del proprio braccio, Nobile storia di sir Lancillotto del Lago, Storia di sir Gareth che fu chiamato Bellamano, Libro di sir Tristano di Lyonesse, Storia del Sangréal, Libro di Lancillotto e della regina Ginevra, La morte di Artù . Nei racconti di Malory le vecchie storie francesi vennero valorizzate ed integrate con molti nuovi episodi, come, per esempio, il romanzo d'amore tra Lancillotto e Ginevra. Con questi testi Malory trasformò il romanzo "ciclico" medievale ( in cui il tessuto narrativo è lagato alla tecnica dell'intreccio: l'autore lascia cadere un filo del racconto per raccoglierne un altro, senza dimenticare, successivamente, di tornare a riprendere il filo abbandonato) nel romanzo "lineare" moderno. I valori cavallereschi continuano a caratterizzare le vicende narrate, sebbene poco rimanga, in quest'opera, dello "stile cortese" dei poemi cavallereschi francesi dell'epoca precedente. Malory, infatti, situa decisamente Artù nel madioevo ed i suoi personaggi depongono l'abbigliamento celtico per indossare lucenti armature di metallo. I cavalieri, inoltre, divengono uomini puramente d'azione, senza incertezze o esitazioni, senza gravi dilemmi d'amore e d'onore. La stessa ricerca del Graal, sul cui significato mistico si imperniava il ciclo arturiano francese, con Malory si riduce ad una semplice spedizione militare che deve, tra l'altro, essere finanziata. Allo scrittore non interessa la complessità dottrinale del mito del Graal: in lui persino il "meraviglioso" è nettamente meno magico di quanto appaia nei romanzi francesi. Ciò che sta più a cuore all'autore è lo spirito di solidarietà e lealtà che unisce un gruppo di cavalieri impegnati a "conquistarsi l'onore" mostrando la propria virilità. Non bisogna dimenticare, in fondo, che Malory era un "criminale" abbastanza noto: imprigionato per rapina, furto, estorsione, stupro, tentato omicidio, fu, tra il 1451 e il 1470, rinchiuso a più riprese nella Torre di Londra ...

Nella sua opera Malory si riferisce al Graal parlando del "sacro recipiente", ma dice anche che il Sangréal è il "sangue benedetto di Cristo". Esso appare a Camelot "coperto di broccato bianco". Viene visto da Lancillotto in una visione e ritrovato da sir Galahad. Quest'ultimo viene descritto come un "cavaliere di stirpe regale", parente di Giuseppe d'Arimatea e nipote del Re Pescatore Pelles.

Rito del Graal

Nel primo testo letterario del Graal, ovvero Perceval ou Le Conte du Graal (1175-1188, rimasto incompiuto) di Chrétien de Troyes, Perceval "il Gallese", arrivato per puro caso al castello del Re Pescatore, assiste alla strana cerimonia del Graal. Il padrone di casa, infermo per una ferita alle anche, gli offre una magnifica spada appositamente forgiata per lui. Successivamente entrano nella sala in successione: un valletto che impugna una lancia dalla cui punta di ferro bianco cola una goccia di sangue sulla sua mano; due giovinetti con candelabri d'oro; una fanciulla bellissima che reca con sé un "graal" d'oro, splendente di luce e incastonato di gemme; un damigella con un piatto d'argento. Il corteo attraverserà più volte la sala, mentre il giovane Parceval, fedele al codice cavalleresco del silenzio, rimane muto e non chiede spiegazioni. L'indomani, al risveglio, il giovane si ritrova solo nel castello. Successivamente saprà che ha commesso due gravi colpe: ha provocato la morte di dolore della madre al momento della partenza e, soprattutto, non ha chiesto della lancia e del Graal. La spada che gli è stata consegnata è destinata così a spezzarglisi tra le mani e gravi sventure deriveranno dal non aver posto la giusta domanda in presenza del Graal: "A chi si serve il Graal ?". Se questo fosse avvenuto il Re Pescatore sarebbe guarito: ora, invece rimarrà per sempre infermo e spogliato del proprio regno...

Il Parzival (1205-1216), del poeta bavarese Wolfram von Eschenbach, è un poema di riconosciuto valore letterario. L'autore asserisce che la sua fonte è il lavoro di un certo Kiot il provenzale, che avrebbe trovato a Toledo la vera "storia del Graal", scritta in arabo da un certo Flegetanis:

"... uno studioso della natura, discendente di Salomone e nato da una famiglia che era stata a lungo israelita ..."

Egli inoltre, con grande sicurezza, afferma che la versione data da Chrétien è errata in quanto il poeta francese ne avrebbe distorto il racconto. In esso Parzival vede per la prima volta il Graal nel castello del Re Magagnato Anfortas (Re Pescatore) che, ferito ai genitali, non può più procreare. Il giovane, dopo essere stato accolto con ogni riguardo assiste ad una processione meravigliosa. Prima entra un servo con una spada insanguinata; poi entrano ventiquattro damigelle portando una mensa preziosa e coltelli d'argento; alla fine viene introdotto il "Graal", trasportato da una giovane donna di nome Repanse de Schoye, che dispensa a tutti i presenti cibi e bevande:

"era abbigliata di seta d'Arabia e recava, su un tessuto di seta verde, la perfezione del paradiso terrestre ... Era una cosa che gli uomini chiamano il Graal e superava ogni ideale terrestre"

Parzival, cui Anfortas ha donato una spada, tace e non domanda nulla, nel timore di venir meno alle regole cavalleresche di cortesia.. Il mattino seguente, appena svegliato, si aggira per il castello senza trovare più alcuno. Tutto questo è presagio di una sua colpa, ovvero quella di non aver posto la "giusta domanda" al cospetto del Graal. In seguito egli incontrerà nuovamente il Re Anfortas (che si rivelerà essere suo zio materno), ancora sofferente per causa sua, e lo guarirà ponendo finalmente la giusta domanda che, nel suo caso, è il motivo delle sue sofferenze: "Re, perchè soffri ?". In tal modo Parzival completa la sua missione ed eredita il Regno del Graal, che lascerà in futuro al figlio Lohengrin, inaugurando e assicurando, così, una discendenza ai custodi del Graal.

Ne Le Morte Darthur (1485) di Thomas Malory i tre cavalieri perfetti e senza macchia, sir Percival, sir Bors e sir Galahad, giungono al castello del Graal, ove risiede Pelles, il Re Magagnato. A Galahad viene offerta una spada spezzata, che egli ricongiunge miracolosamente. Nel castello i tre cavalieri vengono nutriti a cena dal Sangrail. Da esso vedono uscire Gesù Cristo, recante le ferite aperte e sanguinanti della Passione, che, tenendo in mano il santo vaso, invita Galahad ad immergere le dita nel sangue colato dalla lancia posata sulla tavola e ad aspergere le membra del Re Magagnato per risanarlo. Compiuta l'operazione il Salvatore scompare dopo averli benedetti. Dopo aver, così, risanato il Re i tre condottieri ripartono felici dal castello, per seguire il volere di Dio.

Descrizione del Graal

Il Santo Graal non ha mai una forma precisa e non è mai definito come un oggetto univoco. Vediamo come viene rappresentato nei principali "Romanzi del Graal".

Nel Perceval il Graal non ha ancora acquisito una forma significativa. Esso è semplicemente un piatto, un vassoio o un reliquario, insomma un graal ...

Nel Parzival Wolfram lo descrive come "la perfezione del Paradiso". Si tratta di una pietra preziosa, detta "lapis exillis", che faceva parte della corona di Lucifero e che sarebbe caduta sulla terra (lapis ex coelis) durante lo scontro tra gli angeli del bene e gli angeli del male. Essa è dotata di facoltà vivificatrici e della virtù di elargire cibo. Alcune proprietà straordinarie del Graal farebbero pensare che si tratti della pietra filosofale. Wolfram, infatti, definendo il Graal Lapis Exillis, potrebbe aver voluto usare una forma corrotta di Lapis Elixir, la "pietra filosofale".

Nella Queste del Saint Graal ("Ricerca del Santo Graal" - 1225 circa), il Graal è genericamente descritto come la sacra coppa contenente il sangue di Cristo, anche se simbolicamente inteso come essenza dell'anima divina.

Nel Perlesvaus il Graal è una sequenza mutevole di immagini e di visioni e viene descritto come un oggetto che può assumere differenti forme: un calice, un Tailleoir (un "piatto d'argento"), una spada spezzata, una lancia, un Libro segreto, un bimbo, un re incoronato crocifisso. Il calice avrebbe raccolto il Sangue di Gesù, il piatto d'argento avrebbe sorretto la testa di Giovanni Battista, la spada avrebbe reciso la testa del Battista, la lancia sarebbe appartenuta a Longino, che trafisse il costato di Gesù, il libro sarebbe un Vangelo scritto direttamente da Gesù. Il Graal assume, dunque, una dimensione molto strana e indefinita. Ad un certo punto Sir Gawain (Galvano) viene ammonito da un sacerdote perchè

"non è lecito scoprire i segreti del Salvatore, e coloro ai quali sono affidati devono tenerli nascosti"

Quindi il Graal comporta un segreto legato a Gesù, e tale segreto è affidato ad un gruppo di eletti.

Stando al testo medievale Grand-Saint-Graal, il Graal sarebbe un Libro, associato ad una luce accecante. Sulla copertina ci sarebbe scritto:

"Ha qui Inizio la Lettura che tratta del Santo Graal. Ha qui Inizio il Grande Terrore"

Esso sarebbe stato scritto da Gesù stesso: conterrebbe la sua genealogia ...

Nel Romanzo Le Morte Darthur ("La Morte di Artù", 1485) di Sir Thomas Malory, il "Santo Graal", denominato anche Sangraal, Sangrail o Sangreal è esclusivamente il calice usato da Gesù Cristo durante l'Ultima Cena, che verrà poi utilizzato da Giuseppe D'Arimatea per raccogliere il sangue sgorgato dal costato di Gesù stesso morente sulla croce. Il Graal è, quindi, il contenitore destinato a custodire il sacro sangue del Salvatore.

Teorie moderne

Molti studiosi hanno fatto rilevare la somiglianza dei racconti del folklore celtico con le leggende arturiane. Ci sono molti calderoni nei racconti celtici, e alcuni di essi hanno molti punti in comune con il Graal, soprattutto per quanto riguarda i poteri prodigiosi. Questo ha portato alcuni storici a ipotizzare che le prime leggende sul Graal devono esser state influenzate dai miti celtici. Nel poema The Preiddeu Annwn, viene descritto Artù e i suoi uomini che vagano per l'Aldilà Celtico per impossessarsi del Calderone di Annwn che era ricco di perle ed era protetto da nove fanciulle. L'oggetto aveva il potere di ridare la vita ai guerrieri morti. Si è notato che anche nella tradizione cristiana del Graal la coppa è sempre portata o custodita da donne, ed ha poteri curativi. Un altro Calderone, quello di Awen, conteneva una pozione in cui, chi veniva immerso, avrebbe acquistato immediatamente la Conoscenza. Un giovane, Gwion, fu inviato al Calderone dalla dea Ceridwen. Egli toccò il liquido per tre volte con le sue dita, e le mise sulle sue labbra. Così, acquistò la Conoscenza Assoluta.

Secondo Graham Hancock Il Graal potrebbe coincidere con L'Arca dell'Alleanza, a causa delle numerose e notevoli similitudini esistenti tra le due relique. Infatti il Graal è descritto originariamente come un semplice "contenitore" o come una "pietra", come in effetti viene definita l'Arca e il suo contenuto ("contenitore delle Tavole della Legge, scolpite sulla pietra"). Inoltre entrambi gli oggetti sembrano possedere poteri magici e facoltà straordinariamente simili (talvolta anche pericolose).

Daniel C. Scavone, in un saggio, suggerisce che il Graal non sia altro che la Sindone. Entrambi gli oggetti, in effetti, sono associati a Giuseppe d'Arimatea, entrambi sono legati al sangue di Cristo ed entrambi hanno una radice etimologica comune: il Graal deriverebbe da "graduale" ("per gradi"). La Sindone, infatti, era mostrata "gradualmente" ai fedeli, in quanto veniva scoperta poco a poco.

Il professore Baima Bollone, nel suo libro Sindone o no?  aggiunge che "Vi sono [...] punti di contatto tra il Graal, la leggenda che gli si riferisce e la Sindone. Il Graal non sarebbe una coppa, bensì il contenitore della Sindone. In ogni caso si può ritenere scontato che dopo il 1307 la Sindone sia stata in mani templari e in Inghilterra, a breve distanza da Glastonbury, l'antica abbazia cui è ancorata la saga del Graal."

La moderna Teoria del Graal Acquariano vede le leggende arturiane come la descrizione allegorica di un cammino spirituale che conduce a Dio. Si pensa che il Graal non sia un oggetto reale, ma rappresenti soltanto l'unione mistica che si può avere con Dio già su questa terra. Così il Cercatore tenta, studiando le leggende e compiendo ricerche, di trovare il Graal dentro di sé.

Ubicazione del Graal

La tradizione dei Romanzi colloca il Graal in posti diversi.

Nel Perceval di C. de Troyes il Graal è custodito nel castello del Re Pescatore. Questo castello ha le caratteristiche dei palazzi dell'Oltretomba celtico: non si mostra a tutti, ha una collocazione vaga e anche chi vi è ammesso non sa ritrovare la via per tornarvi.

Nel Parzival di Wolfram il Graal è custodito nel castello di Munsalwäsche ("Montagna selvaggia" o "Montagna della Salvezza") da un ordine di cavalieri, i Templesein, tuuti votati al celibato ad eccezione del loro Re, che deve assicurare la successione. I nomi dei cavalieri appaiono a mano a mano sulla "pietra" (il Graal), che indica allo stesso modo la moglie prescelta per il Re. Il Graal ha, dunque, il ruolo anche di oracolo e designa gli eletti. Il castello del Graal descritto nel Parzival si colloca, probabilmente, in Bretagna. Tuttavia Wolfram, in un un altra opera, situò il castello nei Pirenei. Era, forse, intenzione dell'autore identificare il castello de Graal con la fortezza catara di Montségur ? Wolfram voleva, forse, rivelare che i Catari custodivano il Graal ?

Nella Ricerca del Santo Graal di origine cistercense il Castello in cui è custodito il Graal prende il nome di Corbenic, che significa "Sacro Corpo".

Ne Le Morte Darthur ,di T. Malory, Giuseppe D'Arimatea, discepolo di Gesù, dopo aver raccolto il sangue del suo costato nel Sacro Calice e traferito il suo corpo nell'orto di Getsemani, viene messo in prigione dove sopravvive nutrendosi del sangue di Gesù contenuto nella coppa. Una volta libero porta con sé il Graal in Inghilterra, dove purtroppo se ne perdono le tracce. La tradizione popolare lo colloca da sempre sulla collina di Glastonbury (Glastonbury Tor), nei pressi delle rovine dell'antica Abbazia benedettina, all'interno di un magico pozzo chiamato Chalice Well ("Pozzo del Calice").

La ricerca del Graal

Perché, secondo la tradizione, il calice fu portato proprio in Inghilterra? Dal punto di vista letterario la risposta è ovvia: là era nato il mito di Artù , e là, necessariamente, doveva svilupparsi la storia del Graal, ad esso collegata. Ma i sostenitori della sua esistenza materiale avanzano altre ipotesi, in verità piuttosto ardite. Durante la sua permanenza in Cornovaglia, Gesù aveva ricevuto in dono una coppa rituale da un Druido convertito al cristianesimo, e quell'oggetto gli era particolarmente caro. Dopo la crocefissione, Giuseppe d'Arimatea aveva voluto riportarla al donatore ulteriormente santificata dal sangue di Cristo; il Druido in questione era Merlino, trait d'union tra la religione celtica e quella cristiana. Sia come sia, le peripezie subite dal Graal dopo il suo arrivo in Inghilterra variano in modo considerevole a seconda delle varie fonti. Estrapolando dalla Materia di Bretagna (o "Ciclo Bretone", inteso come complesso dei romanzi arturiani aventi come sfondo le gesta dei Cavalieri della Tavola Rotonda) gli episodi più ricorrenti, è possibile tracciare schematicamente il seguito della storia. Giunto a destinazione, Giuseppe affida la coppa a un guardiano soprannominato "Ricco Pescatore" o "Re Pescatore". A seconda delle versioni, il Re Pescatore è Bron o Pelles, cognato di Giuseppe d'Arimatea e nonno (o zio, o cugino) di Perceval. Nel Parzival, di Wolfram Von Eschenbach, è un Re chiamato Anfortas, la cui figlia sposa l'eroico saraceno Feirefiz e genera Prete Gianni. Secoli dopo, nessuno sa più dove si trovi il "Re Pescatore": il Graal è, di fatto, perduto. Sulla Britannia si abbatte una maledizione chiamata dai Celti Wasteland ("La terra desolata"), uno stato di carestia e devastazione sia fisica che spirituale. Il Wasteland è stato scatenato dal "Colpo Doloroso", ovvero da un colpo vibrato da Balin il Selvaggio con la Lancia di Longino (in altre versioni, da Re Varlans con la Spada di Davide) nei genitali del "Re magagnato". Il Re si chiama Perlan, Pellehan, Pelles, Lambor, oppure è identificato con lo stesso "Re Pescatore". Per annullare il Wasteland, spiega Merlino ad Artù, è necessario ritrovare il Graal, simbolo della purezza perduta. Un Cavaliere (Parzival o Perceval "il Puro Folle", oppure Galahad "il Cavaliere vergine") occupa allora lo "Scranno periglioso", una sedia tenuta vuota alla Tavola Rotonda, su cui può sedersi (pena l'annientamento) solo "il Cavaliere più virtuoso del mondo", colui che è stato predestinato a trovare il Graal. Ispirato da sogni e presagi, e superando una serie di prove "perigliose" (il "Cimitero periglioso", il "Ponte periglioso", la "Foresta perigliosa", il "Guado periglioso", eccetera), Perceval rintraccia Corbenic, il Castello del Graal e giunge al cospetto della Sacra Coppa. Non osa però porre la fatidica domanda "A chi è servito il Graal ?". Il Graal scompare di nuovo. Dopo che il Cavaliere ha trascorso alcuni anni in meditazione, la ricerca riprende. Finalmente Perceval (o Galahad) pone il quesito, a cui viene aggiunto:

"È il piatto nel quale Gesù Cristo mangiò l'agnello con i suoi discepoli il giorno di Pasqua. (...) E perchè questo piatto fu grato a tutti lo si chiama Santo Graal"

(la frase, che comprende l'insolita etimologia grato-Graal, è tratta da La Queste del Saint Graal - "Ciclo Vulgato",1220)

Il Re Magagnato si riprende, il Wasteland finisce; Re Artù muore a Camlann (o Camelot) e Merlino sparisce nella sua tomba di cristallo (o d'aria ). Il Graal viene riportato a Sarraz (o nel Regno di prete Gianni) da Parsifal e Galahad.

Il Graal non canonico

Sono state escluse dal canone del Graal le molte opere posteriori, tra cui The Idylls of the King ("Idilli del re") del poeta Alfred Tennyson (1885). Verso la fine del XIX° secolo, infatti, le leggende arturiane tornarono in auge, in concomitanza con la nascita del Romanticismo tedesco. In quest'opera si racconta che Giuseppe d'Arimatea nascose il Graal nel Chalice Well di Glastonbury. Fu proprio questo romanzo a collegare tradizionalmente il Graal a Glastonbury. L'insolita acqua rossastra del Chalk Well, un pozzo situato nei pressi dell'antica abbazia, era adatto per essere associato al sangue di Gesù. Il pozzo fu dunque ribatezzato "Chalice Well" ("pozzo del calice") e si disse che il colore dell'acqua ( dovuto alla presenza di ossido di ferro) derivava dal contenuto del Graal sepolto lì vicino da Giuseppe.

Di un poco noto Graal non canonico italiano, del tutto indipendente dalla "Materia di Bretagna", si parla nella tradizione lucchese del "Volto Santo". Nel VIII secolo un vescovo di nome Gualfredo si recò a Gerusalemme per visitare i luoghi sacri; là il pellegrino compì varie penitenze, digiuni ed elemosine. Fu allora che, per compensarlo della sua devozione, gli comparve un angelo, il quale lo invitò a cercare con diligente devozione nella casa presso la sua: là avrebbe scoperto "il volto del redentore", cui tributare degna venerazione. Così, nella dimora di un certo Seleuco, Gualfredo ritrovò il "Volto Santo", un antico crocifisso scolpito in cedro del Libano da Nicodemo, discepolo di Gesù, lo stesso che aveva aiutato Giuseppe d'Arimatea a togliere dalla croce il corpo di Cristo. In una cavità dietro la croce si trovava un'ampolla con il sangue del Salvatore. Croce e ampolla vennero caricate su una nave di grandezza straordinaria, che, guidata dagli angeli e senz'altro equipaggio, attraversò il Mediterraneo in tempesta e approdò sulle coste della Lunigiana. Le reliquie furono disputate da Lucchesi e Lunesi, e si stabilì che il Volto Santo sarebbe stato portato a Lucca (dove è tuttora visibile nella cattedrale di San Martino), e l'ampolla sarebbe rimasta a Luni, dove se ne sono perse le tracce.

Destino storico del Graal

Intorno al 540, stando alla "Materia di Bretagna", il Graal fu riportato in Medio Oriente. Per secoli non se ne sentì più parlare, finché, verso la fine del XII secolo, esso balzò (o tornò) improvvisamente alla ribalta. Come mai? Cos'aveva ridestato l'interesse nei confronti di un mito apparentemente dimenticato? La maggior parte degli studiosi concordano nel ritenere le Crociate l'avvenimento scatenante. A partire dal 1095, molti Cavalieri cristiani si erano recati in Terra Santa, ed erano entrati per forza di cose in contatto con le tradizioni mistiche ed esoteriche del luogo: sicuramente qualcuna di esse parlava del Graal, un sacro oggetto dagli straordinari poteri. Grazie ai Crociati, la leggenda raggiunse l'Europa e vi si diffuse. C'è anche chi ritiene che il Graal sia stato rintracciato dai Crociati e riportato nel Vecchio Continente. In tal caso vi si troverebbe ancora, ma dove? Quelli che seguono sono i nascondigli più probabili. 

Il Graal di trova in Inghilterra

Secondo la leggenda nel 63 d.C. Giuseppe d'Arimatea, discepolo di Gesù, lasciò la Terra Santa. Dopo un lungo e pericoloso viaggio per mare l'imbarcazione di Giuseppe raggiunse uno stretto estuario a est dell'Inghilterra. Innanzi a lui, si ergeva la sua destinazione ultima: Glastonbury Tor, l'"isola di vetro". Con sé, aveva portato un prezioso tesoro: si trattava di una coppa contenente il sangue di Gesù Cristo, il Sacro Graal. In un anno imprecisato del primo millennio d.C. i monaci di Glastonbury annunciarono la scoperta di due ampolle che sarebbero state sepolte con Giuseppe d'Arimatea. Esse sono raffigurate nelle vetrate colorate della chiesa di St. John a Glastonburv, nella chiesa di Langport nel Somerset e sulla parete divisoria fra la navata e il coro a Plymtree nel Devon. Nel corso del XVI secolo il re Enrico VIII separò l'Inghilterra dalla Chiesa di Roma. Di conseguenza, i grandi monasteri cattolici della Britannia subirono gli attacchi della corona. Fu un'epoca di terrore e di persecuzione. L'ultimo Abate di Glastonbury, Richard Whiting, affidò ai suoi monaci una coppa di legno da portare via in un luogo sicuro. La coppa era descritta come "il più prezioso tesoro della nostra abbazia". I monaci di Glastonbury fuggirono con il calice alla volta del feudo di Nanteos Manor, nel Galles. Qui, fu loro offerto un rifugio. Il priore divenne il cappellano della famiglia, mentre i monaci lavoravano nella tenuta. Secondo una leggenda, quando morì l'ultimo monaco, il Graal fu affidato al signore del feudo e lì rimase per 400 anni. Molti ritengono che alla morte dell'ultimo signore del feudo, nel 1952, la coppa fu affidata ad altri e sia ora conservata nel caveau di una banca. Nel XIX secolo la località di Glastonbury venne specificamente collegata al Santo Graal e l'acqua rossastra del Chalice Well di Glastonbury venne associata al sangue di Gesù.

Il Graal si trova nel castello di Gisors

I Cavalieri Templari avevano stretto rapporti con la Setta degli Assassini, un gruppo iniziatico ismailita che adorava una misteriosa divinità chiamata Bafometto . Per alcuni il Bafometto altro non era che il Graal; prima di essere sgominati, gli Assassini lo avevano affidato ai Templari, che lo avevano portato in Francia verso la metà del XII secolo; e del resto Wolfram aveva battezzato Templeisen i cavalieri che custodivano il Graal nel castello di Re Anfortas. Se le cose fossero davvero andate così, ora il Graal si troverebbe tra i leggendari tesori dei templari in qualche sotterraneo del Castello di Gisors, in Francia.

Un celebre occultista francese, Gerard de Sede, in base a certe informazioni avute da un suo giardiniere, era convinto che sotto il castello di Gisors esistessero dei sotterranei misteriosi. De Sede insistette perché fossero svolte delle ricerche, ma si scontrò con un muro di diffidenza e di omertà, finché nel 1970 vennero eseguiti alcuni scavi. Vennero alla luce undicimila monete del XII secolo. Più tardi, nel 1976, fu rintracciata una cripta rettangolare di 125 metri quadrati che non figurava in nessuna planimetria del castello.

Il Graal si trova a Castel del Monte

I Cavalieri Teutonici, fondati nel 1190, erano in contatto sia con i mistici Sufi, una setta islamica, sia con l'illuminato Imperatore Federico II Hohenstaufen, profondo conoscitore del mondo musulmano. Tramite i Cavalieri Teutonici, i Sufi avrebbero affidato il Graal all'Imperatore, affinché lo preservasse dalle distruzioni scatenate dalle Crociate. In tal caso, il Graal si troverebbe in Puglia a Castel del Monte, un palazzo-tempio federiciano a forma di coppa ottagonale che sarebbe stato edificato apposta per custodirlo. Wolfram sembra fornire un appoggio anche a questa tesi: nel suo Parzival aveva infatti evidenziato il legame tra le religioni cristiana, ebraica e islamica.

Nel settembre del 1999 le principesse Yasmin e Kathrin Von Hohenstaufen, discendenti di Federico II di Svevia. sostennero di aver scoperto nell'archivio del castello di famiglia un documento di epoca normanna secondo il quale il Graal si troverebbe a Roseto Capo Spulico, presso Trebisacce, nella provincia di Cosenza in Calabria. Qui, sopra una roccia a picco sul mare, sorge uno dei tanti castelli federiciani del Meridione d'Italia, il Castrum Petri Roseti, un vecchio maniero che oggi non conserva più nulla dell'antico splendore se non la fama derivante dalle molte leggende che ne avvolgono la storia. Eppure, secondo le due scopritrici, in una delle sue torri perimetrali si celerebbe la preziosa reliquia.

Il Graal si trova in Iran

E' l'ipotesi secondo la quale Re Artù era un rappresentante dello Zoroastrismo. Ebbene, il Castello del Graal descritto - al solito - da Wolfram Von Eschenbach, è sorprendentemente simile a Takht-I-Sulaiman, il principale centro del culto di Zoroastro. Qui, prima di venire dispersi e allontanati, i seguaci di Zarathustra adoravano il simbolico "Fuoco Reale", fonte della conoscenza. Takht-I-Sulaiman potrebbe essere dunque la mitica Sarraz, da cui il Graal (il Fuoco Reale ?) giunse, a cui ritornò, e dove forse si trova ancora.  

Il Graal si trova nel Castello di Montsegur

Dopo che il culto di Zoroastro era stato disperso, alcuni elementi della sua dottrina furono ereditati dai Manichei, e, in seguito, dai Catari o Albigesi, eretici sorti in Francia nel XII secolo. Nel 1244, dopo una lunga persecuzione da parte del Papato e dei francesi, furono sterminati nella loro fortezza di Montsegur; se avessero portato con sé il Graal durante le loro peregrinazioni, ora esso potrebbe trovarsi insieme al resto del loro tesoro in qualche impenetrabile nascondiglio del castello. È di nuovo Wolfram a fornire un indizio in proposito: il "Castello del Graal" (quello simile a Takht-I-Sulaiman) si chiama infatti "Munsalvaesche", cioé "Monte Salvato" o " Monte Sicuro". Negli anni '30 il tedesco Otto Rahn, colonnello delle SS e autore di Crusade contre le Graal e di La Cour de Lucifer, intraprese alcuni scavi a Montsègur e in altre fortezze catare con l' appoggio del filosofo nazista Alfred Rosenberg, portavoce del Partito e amico personale di Hitler: l'episodio fornì al romanziere Pierre Benoit, già autore del celebre L'Atlantide, lo spunto per il romanzo Monsalvat.

Il Graal si trova in Scozia

Il celebre ricercatore del Graal Trevor Ravenscroft annunciò nel 1962 di aver concluso una ricerca che durava ormai da 20 anni. Disse d'aver trovato il Graal nel cosiddetto Pilastro dell'Apprendista, all'interno della Cappella Rosslyn, in Scozia. La cappella, edificata nel '400, è ricca di simboli massonici e templari ed è tuttora visitata da moltissimi ricercatori del Graal. Non è difficile ritrovarvi al suo interno diversi riferimenti al Graal, specialmente nelle incisioni e sulle vetrate. Metal-detectors sono stati utilizzati sul pilastro, ed è stato localizzato un oggetto nel centro del pilastro.

Il Graal si trova in Spagna

In Spagna, nella cattedrale di Valencia, è conservato un calice per secoli venerato come quello che Gesù avrebbe utilizzato nel corso dell'Ultima Cena. Accuratamente studiato, si è rivelato composto di tre parti: una base, costituita da una tazza capovolta; uno stelo, decorato con pietre preziose e perle; una coppa, in cornalina (varietà di calcedonio, di colore rosso). Anche la base è dello stesso materiale. Lo stelo è il frutto di un raffinato lavoro di oreficeria databile tra il XII e il XIV secolo.
La coppa è sicuramente la parte più antica del calice e quindi quella che riveste maggiore interesse.

Il Graal si trova in America

Alcuni ricercatori sostengono che i Templari si sarebbero messi in salvo dallo sterminio, perpetrato ai loro danni da Filippo il Bello, rifugiandosi in Scozia. Il loro mitico tesoro sarebbe stato ereditato dal clan dei Sinclair, nobile famiglia scozzese di origine normanna. Nel 1398 esso sarebbe stato segretamente portato, da Henry Sinclair, Barone di Roslin e Conte delle Orcadi, in un'isola della Nova Scotia (Canada) chiamata Oak Island. Le ricchezze furono nascoste nel money pit ("fossa del denaro"), un profondissimo pozzo zeppo di trabocchetti e ancora inviolato. In fondo a quel pozzo c'è forse anche il Santo Graal ?

Il Graal si trova in Russia

Sulle montagne del Caucaso, in una località chiamata Narta Monga, si trova un piccolo gruppo di persone che dicono di possedere una magica coppa chiamata Amonga. Questo calice ha caratteristiche comuni al Graal: può produrre cibo, dare poteri di conoscenza e sa chiamare a sé colui che è degno di berne.

Sull'attuale nascondiglio del Graal esistono altre teorie, ancor più fantasiose:  

Il Graal si trova a Torino

Importato forse dai pellegrini che si spostavano per l'Europa durante il medioevo o forse dai Savoia insieme alla Sacra Sindone, il Graal sarebbe giunto nel capoluogo piemontese; le statue del sagrato del tempio della Gran Madre di Dio, sulle rive del Po, indicano, a chi è in grado di comprenderne la complessa simbologia, il nascondiglio della Coppa.

Il Graal si trova a Bari

Alfredo Castelli, in un suo volume, riporta una notizia sorprendente che legherebbe il sepolcro di San Nicola a Bari con il Graal. Egli scrive che, nel 1087, un gruppo di mercanti portò a Bari dalla Turchia le spoglie di San Nicola, e in loro onore venne edificata una basilica. In realtà la translazione del Santo era solo la copertura di un ritrovamento ben più importante, quello del Graal. I mercanti erano in realtà cavalieri in missione segreta per conto di Papa Gregorio VII. Il Pontefice era al corrente del potere del Calice, ma non intendeva pubblicizzare la sua ricerca, né l'eventuale ritrovamento, in quanto esso era un oggetto pagano, o comunque il simbolo di una religione ancor più universale di quella cattolica. Gli premeva di recuperarlo da Sarraz in quanto temeva che la sua presenza sul suolo turco avrebbe aiutato i Saraceni (in questo caso i Turchi Selgiuchidi) nella loro espansione ai danni dell'Impero Bizantino, e avrebbe nociuto al programmato intervento di forze cristiane in Terra Santa a difesa dei pellegrini. Non è dato di sapere dove si trovava la coppa (che, forse, era passata per le mani di San Nicola nel VI secolo, e che gli avrebbe conferito la fama di dispensatore d'abbondanza ) e chi comandò la spedizione; sta di fatto che, in una chiesa sconsacrata di Myra, in Licia nell'odierna Turchia, i cavalieri prelevarono anche alcune ossa, poi ufficialmente identificate come quelle del Santo. Il recupero delle spoglie giustificò la spedizione in Turchia e l'edificazione di una basilica a Bari; la scelta di custodire il Graal in quella città anzichè a Roma fu determinata da due motivi: da lì si sarebbero imbarcati i cavalieri per la Terra Santa (la prima crociata fu bandita sei anni dopo il ritrovamento) e il Graal avrebbe riversato su di loro i suoi benefici effetti; in più la sua presenza avrebbe protetto Roberto il Guiscardo, Re normanno di Puglia, principale alleato del Papa nella lotta contro Enrico IV. A ricordo dell'avvenimento, sul portale della cattedrale (edificata parecchi anni prima della divulgazione della "Materia di Bretagna", avvenuta non prima del XIII° secolo) si trova l'immagine di Re Artù e un'indicazione stilizzata del nascondiglio del calice. Occorre rilevare che questa "anticipazione" non è un fatto isolato in questa regione: anche sul mosaico del pavimento del Duomo di Otranto, in provincia di Lecce, è rappresentato re Artù a cavallo. La tomba di San Nicola, tra l'altro, continua a emanare un liquido chiamato "manna" che, oltre a essere altamente nutritivo, come il Graal guarisce da ogni male. Nella basilica, inoltre, esiste una riproduzione della Lancia di Longino, che trafisse il costato di Gesù sulla croce (la più nota versione di quest'oggetto è conservata nel Tesoro dell'Hofburg a Vienna).

La natura del Graal

Vale la pena, a questo punto, di tracciare un riassunto delle caratteristiche del Graal descritte dal canone e dalle tradizioni celtiche, fino al momento in cui esso raggiunge l'Inghilterra. Il Graal è un oggetto materiale e spirituale insieme. Esso si accompagna costantemente ad altre "relique": una lancia, una tazza, una spada, un piatto. Si diceva che la misteriosa lancia con la punta insanguinata fosse l'arma che aveva trafitto i fianchi del Re Pescatore, e veniva identificata con la biblica lancia di Longino, che aveva trafitto Gesù. Non si conosce esattamente la reale natura del Graal: forse è una pietra, un libro, un contenitore o un calice. E' certo che permette di abbeverarsi (nell'Ultima Cena), ma vi si può anche versare qualcosa dentro (il sangue di Cristo). Ad esso sono associati dei poteri, in particolare: capacità taumaturgiche e curative, conoscenza mistica del divino, immunità dal male o da sguardi malvagi, capacità di dispensare cibo e doni in genere, richiamo per tutti coloro che ne sono degni. Può guarire le ferite, donare una vita lunghissima, garantire l'abbondanza, trasmette la conoscenza, ma è anche dotato di poteri terribili e devastanti. La tradizione sull'esistenza di un oggetto con questi poteri è antichissima e diffusa in una vasta zona dell'Asia, del Nord Africa e dell'Europa; il Graal è forse stato identificato con nomi diversi (la "Lampada di Aladino" della tradizione araba, il "Vello d'Oro" degli argonauti, l'"Arca dell'Alleanza" ebraica, la coppa "Amonga" dei Sarmatiani del Caucaso). Le varie leggende del Graal concordano nel conferirgli un origine ultraterrena. Basandosi su questi capisaldi, molti ricercatori hanno cercato di capirne la vera natura. Nell'interpretazione più realistica, è una favolosa invenzione letteraria stimolata da miti antecedenti, attecchita su un terreno particolarmente fertile e arricchita di nuovi particolari da successive generazioni di autori. In quella più materialistica è semplicemente la coppa dell'ultima cena, preziosissimo oggetto di antiquariato. Per gli antropologi è un corpus di dottrine elaborato attraverso i secoli, forse supportato fisicamente da un testo scritto. Per la tradizione cristiana, il Graal rappresenta l'evangelizzazione del mondo pagano, operata dai missionari (Giuseppe d'Arimatea), stroncata dalle persecuzioni e ripresa da un gruppo di uomini di buona volontà guidati da un sacerdote (Merlino), o ancora, la cacciata dall'Eden (il Wasteland ) e la successiva redenzione grazie all'intervento di Gesù. Per gli esoteristi Renè Guenon e Julius Evola il Graal è il cuore di Cristo, potente simbolo della Religione Primordiale praticata ad Agharti, di cui Gesù sarebbe stato un esponente; per gli alchimisti rappresenta la conoscenza, e la sua ricerca equivale a quella della Pietra Filosofale o dell'Elisir di lunga vita. Per Carl Gustav Jung è un archetipo dell inconscio; per Jesse Weston è un simbolo sessuale e di fertilità; per Walter Stein, autore di The Ninth Century and the Holy Grail, il Graal è connaturato con l'intero pianeta: un generatore di energia spirituale, ma anche politica e socioeconomica. Per Rudolf Steiner è "il simbolo degli eventi dell'epoca primitiva percepiti dalla sensibilità dell animo". Quando, nel 1913, progettò l'edificio chiamato Gotheanum, il filosofo tedesco intese realizzare un nuovo "Castello del Graal". Per Adolf Hitler è uno strumento magico con cui ottenere il potere assoluto. Per gli autori di romanzi di fantascienza e per i fautori dell'ipotesi extraterrestre è un'apparecchiatura di origine aliena proveniente dallo spazio, o qualcosa che ha a che vedere con la terribile potenza della fusione nucleare. E, per i giornalisti Michael Baigent, Richard Leigh e Henry Lincoln è ancora un altra cosa...

Linea di sangue

Una delle possibili etimologie di Graal comprende l'attributo "San": San Graal o Sangréal sarebbe l'errata trascrizione di "Sang Real", ovvero "Sangue Reale". Il sangue è, evidentemente, quello di Cristo contenuto nella coppa, ma per altri commentatori il termine "Sangue Reale" designa una dinastia. La stirpe di cui i ricercatori Baigent, Leigh e Lincoln hannno scoperto l'esistenza dopo un appassionata ricerca è quella di Gesù. Salvatosi dalla crocefissione, il Redentore avrebbe generato dei figli (per cui il "sangue reale" sarebbe stato quello portato dal "calice uterino" di Maria Maddalena), dai quali avrebbe avuto origine la dinastia francese dei Merovingi. L'ipotesi, descritta in The Holy Blood and the Holy Grail (Il mistero del Graal, 1982) non si ferma qui. Certe misteriose carte rinvenute nel 1892 dal parroco Berenger Saunière nell'altare della chiesa di Rennes-Le-Chateau, sui Pirenei francesi, sarebbero state il punto di partenza per il ritrovamento di altri documenti i quali proverebbero che, lungi dall'essersi estinti nel 751 (l'ultimo effettivo sovrano della stirpe fu Dagoberto II), i Merovingi, e quindi gli eredi diretti di Cristo, sono ancora tra noi, accuratamente protetti da un'antica società iniziatica denominata Il "Priorato di Sion", il cui scopo segreto è ripristinare la monarchia al momento opportuno. Come i "Superiori Sconosciuti" di Agharti, i membri del Priorato, di cui sarebbero stati Gran Maestri, tra gli altri, Nicolas Flamel, Leonardo da Vinci, Ferrante Gonzaga, Robert Fludd, Victor Hugo, Claude Debussy, Jean Cocteau, costituiscono una "Sinarchia" o governo occulto che, ormai da quasi un millennio, influisce sulle scelte (politiche o d'altro genere) dei governi ufficiali. Purtroppo, fanno rilevare Baigent, Leigh e Lincoln nel seguito di The Holy Blood and the Holy Grail, intitolato The Messianic Legacy (L'eredità messianica, 1986), negli ultimi tempi il "Priorato" si sarebbe parzialmente corrotto, e alcune sue frange manterrebbero stretti contatti con la Mafia e la Massoneria deviata.

 

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